Chi ha paura dell’intelligenza artificiale? Fermatela!

0
3

Prima che sia troppo tardi.Prima che ci rubi il lavoro.Prima che faccia i compiti al posto dei nostri figli.Prima che ci controlli.Prima che ci manipoli.Prima che, addirittura, ci distrugga.

Eccola, la nuova paura del secolo: l’intelligenza artificiale.

Una mattina basta aprire un giornale, scorrere Facebook o ascoltare un esperto su YouTube e il futuro sembra già arrivato. E non porta buone notizie. Bill Gates mette in guardia dalla potenza dell’IA e dalla possibilità di scenari catastrofici. Sui social circola l’allarme educativo: gli studenti fanno i compiti con l’intelligenza artificiale. È un’emergenza. Bisogna fermarla. Poi arriva il professor Alfonso Del Giudice, ordinario di Finanza aziendale all’Università Cattolica, e la domanda diventa inevitabile: quanto dobbiamo avere paura? La risposta più onesta è anche la meno spettacolare: non lo sappiamo. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Ma anche farci ragionare.

Lo stesso Del giudice  fa riferimento a quelli che chiamerò ‘i profeti dell’apocalisse’: Geoffrey Hinton, uno dei padri del deep learning e Premio Nobel per la Fisica nel 2024, ha indicato come plausibile un rischio esistenziale legato all’intelligenza artificiale; Dario Amodei, cofondatore e CEO di Anthropic, ha lanciato a sua volta allarmi sui rischi di sistemi sempre più potenti; Yoshua Bengio invita a non sottovalutare il problema e richiama l’attenzione soprattutto sui rischi politici: manipolazione dell’opinione pubblica, sorveglianza, uso dell’IA nei conflitti; poi c’è Yann LeCun, che ridimensiona gli scenari più apocalittici e punta il dito su problemi molto più concreti: errori dei modelli, criminalità informatica, privacy, concentrazione del mercato.

E qui succede qualcosa di interessante. Gli esperti non sono d’accordo. Non hanno la stessa diagnosi,  la stessa previsione, la stessa ricetta. Forse perché nessuno possiede la sfera di cristallo. Il futuro fa paura. Il presente dovrebbe farne di più. C’è però un errore che non possiamo permetterci. Guardare soltanto al giorno in cui una superintelligenza potrebbe, forse, sfuggire al controllo e dimenticare ciò che sta già accadendo: le frodi ci sono, gli attacchi informatici ci sono, la disinformazione c’è, i deepfake ci sono, i problemi di privacy ci sono, l’impatto sul lavoro è già oggetto di discussione e trasformazione, la concentrazione delle tecnologie più potenti nelle mani di pochi grandi operatori è una questione reale. Questo è il terreno sul quale dobbiamo camminare, non sulla fantascienza, sulla realtà. E la scuola? Poi c’è il grande scandalo dei nostri giorni: i ragazzi usano ChatGPT per fare i compiti.

Ma siamo sicuri che il problema sia ChatGPT? Se uno studente usa una calcolatrice, non diciamo che la matematica è finita. Se usa Google, non diciamo che la conoscenza è finita. Se usa un correttore ortografico, non diciamo che la grammatica è morta. Perché allora l’intelligenza artificiale dovrebbe essere necessariamente la fine dell’educazione? Il problema non è che una macchina sappia scrivere. Il problema è se noi smettiamo di sapere pensare. Questa è la vera partita: non vietare la tecnologia, imparare a usarla, non sostituire lo studente, pretendere che lo studente sappia verificare, correggere, discutere, contestare..cioè pensare. Regolare sì. Fermare il mondo no. La domanda delle domande alla fine, dunque, la domanda non è: «L’intelligenza artificiale ci distruggerà?» È troppo facile.

Perché il futuro dell’intelligenza artificiale non è ancora scritto. Ma una cosa è già certa: non sarà l’intelligenza artificiale a decidere da sola quale futuro avremo. Lo decideremo noi. E questa, forse, è la parte più rassicurante.Ma anche la più inquietante. Perché se il futuro andrà storto, questa volta non potremo dare la colpa alla macchina. La macchina l’abbiamo costruita noi.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui