Dalla provincia di Avellino fino a Gricignano d’Aversa, passando per un’abitazione di Mercogliano: è il percorso ricostruito dagli investigatori durante la latitanza di Antonio Aloia, 47 anni, conosciuto come “o cinese” e ritenuto esponente del gruppo criminale Luongo-Covone-Aloia. Dopo l’omicidio di Ottavio Colalongo, avvenuto a Scisciano, il boss di Acerra avrebbe trovato rifugio in Irpinia grazie a una rete di presunti fiancheggiatori. È quanto emerge dall’inchiesta dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, che ha portato all’arresto di Mario Peluso, fermato a Mercogliano, e Nicola Lanzaro, residente a Manocalzati. Per gli investigatori i due avrebbero fornito supporto logistico alla fuga del latitante.
Aloia era ricercato dopo essersi sottratto all’esecuzione di una condanna a 27 anni e 3 mesi di reclusione per associazione mafiosa, detenzione illegale di armi ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. La sua fuga era iniziata nell’agosto 2024, quando aveva approfittato di un permesso premio per far perdere le proprie tracce. Secondo la ricostruzione investigativa, pochi giorni dopo l’omicidio Colalongo sarebbe avvenuta una consegna di denaro e telefoni destinati al latitante. I controlli dei Carabinieri hanno poi portato gli inquirenti a un’abitazione di Mercogliano, dove sono state installate telecamere per monitorare gli spostamenti. Il 23 dicembre le immagini avrebbero fornito la svolta: un uomo con cappello, piumino e due stampelle avrebbe lasciato l’abitazione insieme a Nicola Lanzaro. Per gli investigatori si trattava proprio di Aloia, trasferito poi verso il territorio casertano.
Il 25 dicembre è scattato il blitz a Gricignano d’Aversa, nell’appartamento del Parco Oleandri dove il boss è stato arrestato. Nel covo sono stati trovati telefoni cellulari, una pistola con munizioni, due stampelle e un biglietto con alcuni indirizzi, tra cui uno riconducibile a Mercogliano. Gli investigatori stanno ora ricostruendo la rete di protezione che avrebbe consentito ad Aloia di nascondersi per circa un anno e mezzo. L’ipotesi della Procura è che il latitante abbia potuto contare su un sistema organizzato di ospitalità e assistenza logistica tra Irpinia e area napoletana.


